Se solo sapessi quanto soffro insieme a te
dell'amaro della vita.
Vorrei accarezzarti con mani di carne..
ma lo sussurro a chi ti sta accanto..
vorrei dirti le parole più vere dell'amore,
ma le suggerisco a chi ti regala una parola.
Vorrei vederti raccogliere tutto l'amore che semini
per sentirti soddisfatto della tua vita
ma come ogni cosa.. il tempo lascerà crescere il frutto
che tu stesso hai fatto nascere.
Gioisci perchè attraverso le tue mani io regalo l'amore
a chi ha la fortuna di incontrarti.
Tu non lo sai forse ma io sono il tuo angelo..
quello che mai ti abbandonerà e che è qui solo per te
e grazie a te può amare il mondo

   

Catechesi sugli angeli di Giovanni Paolo II



ANGELI E DEMONI

La retta fede della Chiesa
Catechesi di Giovanni Paolo II
Catechismo della Chiesa Cattolica
Libreria Editrice Vaticana
Chirico Napoli 


Oggi, come nei tempi passati, si discute con maggiore o minore sapienza su questi esseri spirituali. Bisogna riconoscere che la confusione a volte è grande, con il conseguente rischio di far passare come fede della Chiesa sugli angeli ciò che alla fede non appartiene, o, viceversa, di tralasciare qualche aspetto importante della verità rivelata.

Giovanni Paolo II

Il male non è più soltanto una deficienza, ma una efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa.

Esce dal quadro dell'insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscere l'esistenza della terribile realtà, misteriosa e paurosa del Male; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, con ogni creatura, origine da Dio, oppure la spiega come una pseudorealtà, una personificazione concettuale o fantastica delle cause ignote dei nostri malanni.Paolo VI

I

G1OVANNI PAOLO II

DIO, CREATORE DELLE «COSE VISIBILI E INVISIBILI»

La creazione degli esseri puramente spirituali

1. Le nostre catechesi su Dio, creatore del mondo, non possono concludersi senza dedicare adeguata attenzione a un preciso contenuto della rivelazione divina: la creazione degli esseri puramente spirituali, che la Sacra Scrittura chiama «angeli». Tale creazione appare chiaramente nei Simboli della fede, particolarmente nel Simbolo nicenocostantinopolitano: «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose (cioè enti o esseri) visibili e invisibili». Sappiamo che l'uomo gode, all'interno della creazione, di una posizione singolare: grazie al suo corpo appartiene al mondo visibile, mentre per l'anima spirituale, che vivifica il corpo, egli si trova quasi al confine tra la creazione visibile e quella invisibile. A quest'ultima, secondo il Credo che la Chiesa professa alla luce della rivelazione, appartengono altri esseri, puramente spirituali, non dunque propri del mondo visibile, anche se in esso presenti e operanti. Essi costituiscono un mondo specifico.

La fede della Chiesa sugli angeli

2. Oggi, come nei tempi passati, si discute con maggiore o minore sapienza su questi esseri spirituali. Bisogna riconoscere che la confusione a volte è grande, con il conseguente rischio di far passare come fede della Chiesa sugli angeli ciò che alla fede non appartiene, o, viceversa, di tralasciare qualche aspetto importante della verità rivelata. L'esistenza degli esseri spirituali, che la Sacra Scrittura chiama di solito «angeli», veniva già negata ai tempi di Cristo dai sadducei (cfr. At 23,8). La negano anche i materialisti e i razionalisti di tutti i tempi. Eppure, come acutamente osserva un teologo moderno, «se si volesse sbarazzarsi degli angeli, si dovrebbe rivedere radicalmente la Sacra Scrittura stessa, e con essa tutta la storia della salvezza». Tutta la Tradizione è unanime su questa questione. Il Credo della Chiesa è in fondo un'eco di quanto Paolo scrive ai Colossesi: «poiché per mezzo di lui (Cristo) sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati, Potestà, tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16). Ossia il Cristo che, come Figlio-Verbo eterno e consostanziale al Padre è «generato prima di ogni creatura» (Col 1,15) è al centro dell'universo, come ragione e cardine di tutta quanta la creazione, come abbiamo già visto nelle catechesi precedenti e come vedremo ancora quando parleremo più direttamente di lui.

La verità circa l'esistenza e l'opera degli angeli

3. Il riferimento al «primato» di Cristo ci aiuta a comprendere che la verità circa l'esistenza e l'opera degli angeli (buoni e cattivi) non costituisce il contenuto centrale della parola di Dio. Nella Rivelazione Dio parla prima di tutto «agli uomini... e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé», come leggiamo nella costituzione Dei Verbum del Concilio Vaticano II. Così «la profonda verità... sia di Dio sia della salvezza degli uomini» è il contenuto centrale della rivelazione che «risplende» più pienamente nella persona di Cristo. La verità sugli angeli è in certo senso «collaterale», eppure inseparabile dalla Rivelazione centrale, che è l'esistenza, la maestà e la gloria del Creatore che rifulgono in tutta la creazione «visibile» e «invisibile» e nell'azione salvifica di Dio nella storia dell'uomo. Gli angeli non sono dunque creature di primo piano nella realtà della Rivelazione, eppure vi appartengono pienamente, tanto che in alcuni momenti le vediamo adempiere compiti fondamentali a nome di Dio stesso.

La Provvidenza abbraccia anche il mondo dei puri spiriti

4. Tutto ciò che appartiene alla creazione rientra, secondo la Rivelazione, nel mistero della Divina Provvidenza. Lo afferma in modo esemplarmente conciso il Vaticano I che abbiamo già più volte citato: «Tutto ciò che ha creato, Dio lo conserva e lo dirige con la sua Provvidenza "estendendosi da un confine all'altro con forza e governando con bontà ogni cosa" (cfr. Sap 8,1). "Tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi" (cfr. Eb 4,13), "anche ciò che avrà luogo per libera iniziativa delle creature"». La Provvidenza abbraccia dunque anche il mondo dei puri spiriti, che ancor più pienamente degli uomini sono esseri razionali e liberi. Nella Sacra Scrittura troviamo preziose indicazioni che li riguardano. Vi è pure la rivelazione di un dramma misterioso, eppure reale, che toccò queste creature angeliche, senza che nulla sfuggisse all'eterna Sapienza, la quale con forza («fortiter») e al tempo stesso con bontà («suaviter») tutto porta a compimento nel regno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Massima vicinanza a Dio degli angeli

5. Riconosciamo anzitutto che la Provvidenza, come amorevole Sapienza di Dio, si è manifestata proprio nel creare esseri puramente spirituali, per cui meglio si esprimesse la somiglianza di Dio in loro che di tanto superano tutto ciò che è creato nel mondo visibile insieme con l'uomo, anch'esso incancellabile immagine di Dio. Dio, che è Spirito assolutamente perfetto, si rispecchia soprattutto negli esseri spirituali che per natura, cioè a motivo della loro spiritualità, gli sono molto più vicini delle creature materiali, e che costituiscono quasi 1'«ambiente» più vicino al Creatore. La Sacra Scrittura offre una testimonianza abbastanza esplicita di questa massima vicinanza a Dio degli angeli, dei quali parla, con linguaggio figurato, come del «trono» di Dio, delle sue «schiere», del suo «cielo». Essa ha ispirato la poesia e l'arte dei secoli cristiani che ci presentano gli angeli come la «corte di Dio».

DIO, CREATORE DEGLI ANGELI, ESSERI LIBERI

Un atto dell'amore eterno di Dio

1. Proseguiamo oggi la nostra catechesi sugli angeli la cui esistenza, voluta da un atto dell'amore eterno di Dio, professiamo con le parole del simbolo niceno-costantinopolitano: «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili».

Nella perfezione della loro natura spirituale gli angeli sono chiamati fin dall'inizio, in virtù della loro intelligenza, a conoscere la verità e ad amare il bene che conoscono nella verità in modo molto più pieno e perfetto di quanto non sia possibile all'uomo. Questo amore è l'atto di una volontà libera, per cui anche per gli angeli la libertà significa possibilità di operare una scelta a favore o contro il Bene che essi conoscono, cioè Dio stesso. Bisogna qui ripetere ciò che già abbiamo ricordato a suo tempo a proposito dell'uomo: creando gli esseri liberi, Dio volle che nel mondo si realizzasse quell'amore vero che è possibile solamente sulla base della libertà. Egli volle dunque che la creatura, costituita a immagine e somiglianza del suo Creatore, potesse nel modo più pieno possibile rendersi simile a lui, Dio, che «è amore» (1Gv 4,16). Creando gli spiriti puri come esseri liberi, Dio nella sua Provvidenza non poteva non prevedere anche la possibilità del peccato degli angeli. Ma proprio perché la Provvidenza è eterna sapienza che ama, Dio avrebbe saputo trarre dalla storia di questo peccato, incomparabilmente più radicale in quanto peccato di uno spirito puro, il definitivo bene di tutto il cosmo creato.

Il mondo degli spiriti puri appare diviso in buoni e cattivi

2. Di fatto, come dice chiaramente la rivelazione, il mondo degli spiriti puri appare diviso in buoni e cattivi. Ebbene, questa divisione non si è operata per creazione di Dio, ma in base alla libertà propria della natura spirituale di ciascuno di essi. Si è operata mediante la scelta che per gli esseri puramente spirituali possiede un carattere incomparabilmente più radicale di quella dell'uomo ed è irreversibile dato il grado di intuitività e di penetrazione del bene di cui è dotata la loro intelligenza. A questo riguardo si deve dire anche che gli spiriti puri sono stati sottoposti a una prova di carattere morale. Fu una scelta decisiva riguardante prima di tutto Dio stesso, un Dio conosciuto in modo più essenziale e diretto di quanto è possibile all'uomo, un Dio che a questi esseri spirituali aveva fatto dono, prima che all'uomo, di partecipare alla sua natura divina.

Una conoscenza di Dio incomparabilmente più perfetta

3. Nel caso dei puri spiriti la scelta decisiva riguardava prima di tutto Dio stesso, primo e supremo Bene, accettato o respinto in modo più essenziale e diretto di quanto possa avvenire nel raggio d'azione della libera volontà dell'uomo. Gli spiriti puri hanno una conoscenza di Dio incomparabilmente più perfetta dell'uomo, perché con la potenza del loro intelletto, non condizionato né limitato dalla mediazione della conoscenza sensibile, vedono fino in fondo la grandezza dell'Essere infinito, della prima Verità, del sommo Bene. A questa sublime capacità di conoscenza degli spiriti puri Dio offrì il mistero della sua divinità, rendendoli così partecipi, mediante la grazia, della sua infinita gloria. Proprio perché esseri di natura spirituale, vi era nel loro intelletto la capacità, il desiderio di questa elevazione soprannaturale a cui Dio li aveva chiamati, per fare di essi, ben prima dell'uomo, dei «consorti della natura divina» (cfr. 2Pt 1,4), partecipi della vita intima di colui che è Padre, Figlio e Spirito Santo, di colui che nella comunione delle tre divine Persone «è Amore» (1 Gv 4,16). Dio aveva ammesso tutti gli spiriti puri, prima e più dell'uomo, all'eterna comunione dell'amore.

I buoni hanno scelto Dio come Bene supremo e definitivo

4. La scelta operata sulla base della verità su Dio, conosciuta in forma superiore in base alla lucidità delle loro intelligenze, ha diviso anche il mondo dei puri spiriti in buoni e cattivi. I buoni hanno scelto Dio come Bene supremo e definitivo, conosciuto alla luce dell'intelletto illuminato dalla Rivelazione. Avere scelto Dio significa che si sono rivolti a lui con tutta la forza interiore della loro libertà, forza che è amore. Dio è divenuto il totale e definitivo scopo della loro esistenza spirituale. Gli altri invece hanno voltato le spalle a Dio contro la verità della conoscenza che indicava in lui il bene totale e definitivo. Hanno scelto contro la rivelazione del mistero di Dio, contro la sua grazia che li rendeva partecipi della Trinità e dell'eterna amicizia con Dio nella comunione con lui mediante l'amore.

In base alla loro libertà creata hanno operato una scelta radicale e irreversibile al pari di quella degli angeli buoni, ma diametralmente opposta: invece di un'accettazione di Dio piena di amore, gli hanno opposto un rifiuto ispirato da un falso senso di autosufficienza, di avversione e persino di odio che si è tramutato in ribellione.

Radicale e irreversibile scelta contro Dio

5. Come comprendere una tale opposizione e ribellione a Dio in esseri dotati di così viva intelligenza e arricchiti di tanta luce? Quale può essere il motivo di tale radicale e irreversibile scelta contro Dio? Di un odio tanto profondo da poter apparire unicamente frutto di follia? I Padri della Chiesa e i teologi non esitano a parlare di «accecamento» prodotto dalla sopravvalutazione della perfezione del proprio essere, spinta fino al punto di velare la supremazia di Dio, che esigeva invece un atto di docile e obbediente sottomissione. Tutto ciò sembra espresso in modo conciso nelle parole: «Non ti servirò!» (Ger 2,20), che manifestano il radicale e irreversibile rifiuto di prendere parte all'edificazione del regno di Dio nel mondo creato. «Satana» lo spirito ribelle, vuole il proprio regno, non quello di Dio, e si orge a primo «avversario» del Creatore, a oppositore della Provvidenza, ad antagonista della sapienza amorevole di Dio. Dalla ribellione e dal peccato di Satana, come anche da quello dell'uomo, dobbiamo concludere accogliendo la saggia esperienza della Scrittura che afferma: «L'orgoglio è causa di rovina» (Tb 4,13).

GLI ANGELI MESSAGGERI DI DIO

Una speciale realizzazione dell'«immagine di Dio»

1. Nella precedente catechesi ci siamo soffermati sull'articolo del Credo col quale proclamiamo e confessiamo Dio creatore non solo di tutto il mondo creato, ma anche delle «cose invisibili», e ci siamo intrattenuti sull'argomento dell'esistenza degli angeli chiamati a dichiararsi per Dio o contro Dio con un atto radicale e irreversibile di adesione o di rifiuto della sua volontà di salvezza.

Stando sempre alla Sacra Scrittura, gli angeli, in quanto creature puramente spirituali, si presentano alla riflessione della nostra mente come una speciale realizzazione dell'«immagine di Dio», Spirito perfettissimo, come Gesù stesso ricorda alla donna samaritana con le parole: «Dio è spirito» (Gv 4,24). Gli angeli sono, da questo punto di vista, le creature più vicine all'esemplare divino. Il nome che la Sacra Scrittura loro attribuisce indica che ciò che più conta nella Rivelazione è la verità sui compiti degli angeli nei riguardi degli uomini: angelo («angelus») vuole infatti dire «messaggero». L'ebraico «malak», usato nell'Antico Testamento, significa più propriamente «delegato» o «ambasciatore». Gli angeli, creature spirituali, hanno funzione di mediazione e di ministero nei rapporti che intercorrono tra Dio e gli uomini. Sotto questo aspetto la Lettera agli Ebrei dirà che al Cristo è stato affidato un «nome», e quindi un ministero di mediazione, ben superiore a quello degli angeli (cfr. Eb 1,4).

Potenti esecutori dei suoi comandi

2. L'Antico Testamento sottolinea soprattutto la speciale partecipazione degli angeli alla celebrazione della gloria che il Creatore riceve come tributo di lode da parte del mondo creato. Sono in modo speciale i salmi che si fanno interpreti di tale voce, quando, ad esempio, proclamano: «Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell'alto dei cieli. Lodatelo, voi tutti, suoi angeli...» (Sal 148,1 s). Similmente il Salmo 102: «Benedite il Signore, voi tutti, suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola». Quest'ultimo versetto del Salmo 102 indica che gli angeli prendono parte, in modo a loro proprio, al governo di Dio sulla creazione, come «potenti esecutori dei suoi comandi» secondo il piano stabilito dalla Divina Provvidenza. In particolare agli angeli è affidata una speciale cura e sollecitudine per gli uomini, per i quali presentano a Dio le loro domande e preghiere, come ci ricorda, ad esempio, il Libro di Tobia (cfr. specialmente Tb 3,17 e 12,12) mentre il Salmo 90 proclama: «Egli ha dato ordine ai suoi angeli... di portarti sulle loro mani perché non inciampi nella pietra il tuo piede». Seguendo il Libro di Daniele si può affermare che i compiti degli angeli come ambasciatori del Dio vivo si estendono non solo ai singoli uomini e a coloro che hanno speciali compiti, ma anche a intere nazioni (cfr. Dn 10,13-21).

I compiti degli angeli in rapporto alla missione di Cristo come Messia

3. Il Nuovo Testamento mette in rilievo i compiti degli angeli in rapporto alla missione di Cristo come Messia, e prima di tutto al mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio, come constatiamo nel racconto dell'annunciazione della nascita di Giovanni Battista, di Cristo stesso, nelle spiegazioni e disposizioni date a Maria e Giuseppe, nelle indicazioni date ai pastori nella notte della nascita del Signore, nella protezione del neonato davanti al pericolo della persecuzione di Erode (cfr. Lc 1,11.26.30ss; 2,9ss; Mt 1,20s; 2,13).

Più avanti i Vangeli parlano della presenza degli angeli durante il digiuno di 40 giorni di Gesù nel deserto (cfr. Mt 4,11) e durante la preghiera nel Getsemani (Lc 22,43). Dopo la risurrezione di Cristo sarà ancora un angelo, apparso sotto forma di un giovane, che dirà alle donne accorse al sepolcro e sorprese dal fatto di trovarlo vuoto: «Non abbiate paura. Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui... Andate, dite ai suoi discepoli...» (Mc 16,5ss), Due angeli sono visti anche da Maria Maddalena, che è privilegiata d'una apparizione personale di Gesù (Gv 20,12-17). Gli angeli «si presentano» agli apostoli dopo la scomparsa di Cristo, per dire loro: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto in cielo tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo» (At 1,1Os).

Sono gli angeli della vita, della passione e della gloria di Cristo. Gli angeli di colui che, come scrive san Pietro, «è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e avere ottenuto la sovranità sugli angeli, i principati e le potenze» (IPt 3,22).

Ministero messianico

4. Se passiamo alla nuova venuta di Cristo, cioè alla «Parusia», troviamo che tutti i sinottici annotano che «il Figlio dell'uomo... verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi». Si può dunque dire che gli angeli, come puri spiriti, non solo partecipano nel modo che è loro proprio alla santità di Dio stesso, ma nei momenti-chiave circondano il Cristo e lo accompagnano nell'adempimento della sua missione salvifica nei riguardi degli uomini. Allo stesso modo anche tutta la Tradizione e il magistero ordinario della Chiesa ha attribuito nei secoli agli angeli questo particolare carattere e questa funzione di ministero messianico.

LA PARTECIPAZIONE DEGLI ANGELI NELLA STORIA DELLA SALVEZZA

Dottrina sulla creazione

1. Nelle recenti catechesi abbiamo visto come la Chiesa, illuminata dalla luce proveniente dalla Sacra Scrittura, ha professato lungo i secoli la verità sull'esistenza degli angeli come esseri puramente spirituali, creati da Dio. Lo ha fatto fin dall'inizio con il simbolo nicenocostantinopolitano e lo ha confermato nel Concilio Lateranense IV (1215), la cui formulazione è ripresa dal Concilio Vaticano I nel contesto della dottrina sulla creazione: Dio «creò insieme dal nulla fin dall'inizio del tempo l'una e l'altra creatura, quella spirituale e quella corporea, cioè l'angelica e la terrena, e quindi creò la natura umana come ad entrambi comune, essendo costituita di spirito e di corpo». Ossia: Dio creò fin dal principio entrambe le realtà: quella spirituale e quella corporale, il mondo terreno e quello angelico. Tutto ciò egli creò insieme («simul») in ordine alla creazione dell'uomo, costituito di spirito e di materia e posto secondo la narrazione biblica nel quadro di un mondo già stabilito secondo le sue leggi e già misurato dal tempo («deinde»).

Tratti distintivi della natura degli angeli

2. Assieme all'esistenza, la fede della Chiesa riconosce certi tratti distintivi della natura degli angeli. Il loro essere puramente spirituale implica prima di tutto la loro non materialità e la loro immortalità. Gli angeli non hanno «corpo» (anche se in determinate circostanze si manifestano sotto forme visibili in ragione della loro missione a favore degli uomini) e quindi non sono soggetti alla legge della corruttibilità che accomuna tutto il mondo materiale. Gesù stesso, riferendosi alla condizione angelica, dirà che nella vita futura i risorti «non possono più morire, perché sono uguali agli angeli» (Lc 20,36).

Gli angeli sono dotati di intelletto e di libera volontà

3. In quanto creature di natura spirituale, gli angeli sono dotati di intelletto e di libera volontà, come l'uomo, ma in grado a lui superiore, anche se sempre finito, per il limite che è inerente a tutte le creature. Gli angeli sono quindi esseri personali e, in quanto tali, sono anch'essi a «immagine e somiglianza» di Dio. La Sacra Scrittura si riferisce agli angeli adoperando anche appellativi non solo personali (come i nomi propri di Raffaele, Gabriele, Michele), ma anche collettivi» (come le qualifiche di Serafini, Cherubini Troni, Potestà, Dominazioni, Principati), così come opera una distinzione tra angeli e arcangeli. Pur tenendo conto del linguaggio analogico e rappresentativo del testo sacro, possiamo dedurre che questi esseri-persone, quasi raggruppati in società, si suddividono in ordini e gradi, rispondenti alla misura della loro perfezione e ai compiti loro affidati. Gli autori antichi e la stessa liturgia parlano anche dei cori angelici (nove, secondo Dionigi 1'Areopagita). La teologia, specialmente quella patristica e medievale, non ha rifiutato queste rappresentazioni cercando invece di darne una spiegazione dottrinale e mistica, ma senza attribuirvi un valore assoluto. San Tommaso ha preferito approfondire le ricerche sulla condizione ontologica, sull'attività conoscitiva e volitiva e sulla elevazione spirituale di queste creature puramente spirituali, sia per la loro dignità nella scala degli esseri, sia perché in loro poteva meglio approfondire le capacità e le attività proprie dello spirito allo stato puro, traendone non poca luce per illuminare i problemi di fondo che da sempre agitano e stimolano il pensiero umano: la conoscenza, l'amore, la libertà, la docilità a Dio, il raggiungimento del suo Regno.

Per l'uomo e con l'uomo servono il disegno provvidenziale di Dio

4. Il tema cui abbiamo accennato potrà sembrare «lontano» oppure «meno vitale alla mentalità dell'uomo moderno. Eppure la Chiesa, proponendo con franchezza la totalità della verità su Dio Creatore anche degli angeli, crede di recare un grande servizio all'uomo. L'uomo nutre la convinzione che in Cristo, Uomo Dio, è lui (e non gli angeli) a trovarsi al centro della divina rivelazione. Ebbene, l'incontro religioso con il mondo degli esseri puramente spirituali diventa preziosa rivelazione del suo essere non solo corpo ma anche spirito, e della sua appartenenza a un progetto di salvezza veramente grande ed efficace, entro una comunità di esseri personali che per l'uomo e con l'uomo servono il disegno provvidenziale di Dio.

La manifestazione più alta dell'adorazione di Dio

5. Notiamo che la Sacra Scrittura e la Tradizione chiamano propriamente angeli quegli spiriti puri che nella fondamentale prova di libertà hanno scelto Dio, la sua gloria e il suo Regno. Essi sono uniti a Dio mediante l'amore consumato che scaturisce dalla beatificante visione, faccia a faccia, della Santissima Trinità. Lo dice Gesù stesso: «Gli angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). Quel «vedere sempre la faccia del Padre» è la manifestazione più alta dell'adorazione di Dio. Si può dire che essa costituisce quella «liturgia celeste», compiuta a nome di tutto l'universo, alla quale incessantemente si associa la terrena liturgia della Chiesa, specialmente nei suoi momenti culminanti. Basti qui ricordare l'atto col quale la Chiesa, ogni giorno e ogni ora, nel mondo intero, prima di dare inizio alla preghiera eucaristica nel cuore della santa Messa, si richiama «agli angeli e agli arcangeli» per cantare la gloria di Dio tre volte santo, unendosi così a quei primi adoratori di Dio, nel culto e nell'amorosa conoscenza dell'ineffabile mistero della sua santità.

Compito degli angeli buoni

6. Sempre secondo la rivelazione, gli angeli, che partecipano alla vita della Trinità nella luce della gloria, sono anche chiamati ad avere la loro parte nella storia nella salvezza degli uomini, nei momenti stabiliti dal disegno della Divina Provvidenza. «Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero inviati per servire coloro che devono entrare in possesso della salvezza?», domanda l'autore della Lettera agli Ebrei (Eb 1,14). E questo crede e insegna la Chiesa, in base alla Sacra Scrittura dalla quale apprendiamo che compito degli angeli buoni è la protezione degli uomini e la sollecitudine per la loro salvezza. Troviamo queste espressioni in diversi passi della Sacra Scrittura, come ad esempio nel Salmo 90 già più volte citato: «Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede» (Sal 91,11 s). Gesù stesso, parlando dei bambini e ammonendo di non dar loro scandalo, si richiama ai «loro angeli» (Mt 18,10); attribuisce inoltre agli angeli la funzione di testimoni nel supremo giudizio divino sulla sorte di chi ha riconosciuto o ha rinnegato il Cristo: «Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio» (Lc 12,8s). Queste parole sono significative perché se gli angeli prendono parte al giudizio di Dio, sono interessati alla vita dell'uomo. Interesse e partecipazione che sembrano ricevere una accentuazione nel discorso escatologico, nel quale Gesù fa intervenire gli angeli nella parusia, ossia nella definitiva venuta di Cristo alla fine della storia (cfr. Mt 24,31; 25,31.41).

La sollecitudine degli angeli per l'uomo e per la sua salvezza

7. Tra i libri del Nuovo Testamento, sono specialmente gli Atti degli Apostoli che ci fanno conoscere alcuni fatti che attestano la sollecitudine degli angeli per l'uomo e per la sua salvezza. Così, quando l'angelo di Dio libera gli Apostoli dalla prigione (cfr. At 18,10) e prima di tutto Pietro, che era minacciato di morte dalla mano di Erode. O quando guida l'attività di Pietro nei riguardi del centurione Cornelio, il primo pagano convertito (At 10,3-8; 11,12-16), e analogamente l'attività del diacono Filippo lungo la via da Gerusalemme a Gaza (At 26,29).

Da questi pochi fatti citati a titolo esemplificativo, si comprende come nella coscienza della Chiesa abbia potuto formarsi la persuasione sul ministero affidato agli Angeli in favore degli uomini. Perciò la Chiesa confessa la sua fede negli angeli custodi, venerandoli nella liturgia con una festa apposita, e raccomandando il ricorso alla loro protezione con una preghiera frequente, come nell'invocazione dell'«Angelo di Dio». Questa preghiera sembra fare tesoro delle belle parole di san Basilio: «Ogni fedele ha accanto a sé un angelo come tutore e pastore, per portarlo alla vita».

Michele, Gabriele e Raffaele

8. È infine opportuno notare che la Chiesa onora con culto liturgico tre figure di angeli, che nella Sacra Scrittura sono chiamati per nome. Il primo è Michele Arcangelo (cfr. Dn 10,13.20; Ap 12,7; Gd 9). Il suo nome esprime sinteticamente l'atteggiamento essenziale degli spiriti buoni. «Mica-El» significa infatti: «Chi come Dio?». In questo nome si trova dunque espressa la scelta salvifica grazie alla quale gli angeli «vedono la faccia del Padre» che è nei cieli. Il secondo è Gabriele: figura legata soprattutto al mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio. Il suo nome significa: «la mia potenza è Dio» oppure «potenza di Dio», quasi a dire che, al culmine della creazione, l'incarnazione è il segno supremo del Padre onnipotente. Infine il terzo arcangelo si chiama Raffaele. «Rafa-El» significa: «Dio guarisce». Egli ci è fatto conoscere dalla storia di Tobia nell'Antico Testamento (cfr. Tb 12,15ss), così significativa circa l'affidamento agli angeli dei piccoli figli di Dio, sempre bisognosi di custodia, di cura e di protezione.

A ben riflettere si vede che ciascuna di queste tre figure - Mica-El, Gabri-El, Rafa-El - riflette in modo particolare la verità contenuta nella domanda sollevata dall'autore della Lettera agli Ebrei: «Non sono forse essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono entrare in possesso della salvezza?» (Eb 1,14).

LA CADUTA DEGLI ANGELI RIBELLI

Satana, lo spirito maligno detto anche diavolo o demonio

1. Continuando l'argomento delle precedenti catechesi dedicate all'articolo della fede riguardante gli angeli, creature di Dio, ci addentriamo oggi ad esplorare il mistero della libertà che alcuni di essi hanno indirizzato contro Dio e il suo piano di salvezza nei confronti degli uomini.

Come testimonia l'evangelista Luca, nel momento in cui i discepoli tornavano dal Maestro pieni di gioia per i frutti raccolti nel loro tirocinio missionario, Gesù pronuncia una frase che fa pensare: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore» (Lc 10,18). Con queste parole il Signore afferma che l'annuncio del regno di Dio è sempre una vittoria sul diavolo, ma nello stesso tempo rivela anche che l'edificazione del regno è continuamente esposta alle insidie dello spirito del male. Interessarsene, come intendiamo fare con la catechesi di oggi, vuol dire prepararsi alla condizione di lotta che è propria della vita della Chiesa in questo tempo ultimo della storia della salvezza (così come afferma il Libro dell'Apocalisse (Ap 12,7). D'altra parte, ciò permette di chiarire la retta fede della Chiesa di fronte a chi la stravolge esagerando l'importanza del diavolo, o di chi ne nega o ne minimizza la potenza malefica.

Le precedenti catechesi sugli angeli ci hanno preparati a comprendere la verità che la Sacra Scrittura ha rivelato e che la Tradizione della Chiesa ha trasmesso su satana, cioè sull'angelo caduto, lo spirito maligno, detto anche diavolo o demonio.

Rifiuto di Dio con il conseguente stato di «dannazione»

2. Questa «caduta», che presenta il carattere del rifiuto di Dio con il conseguente stato di «dannazione», consiste nella libera scelta di quegli spiriti creati, che hanno radicalmente e irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno, usurpando i suoi diritti sovrani e tentando di sovvertire l'economia della salvezza e lo stesso ordinamento dell'intero creato. Un riflesso di questo atteggiamento lo si ritrova nelle parole del tentatore ai progenitori: «diventerete come Dio» o «come dèi» (cfr. Gen 3,5). Così lo spirito maligno tenta di trapiantare nell'uomo l'atteggiamento di rivalità, di insubordinazione e di opposizione a Dio, che è diventato quasi la motivazione di tutta la sua esistenza.

L'artefice della morte

3. Nell'Antico Testamento la narrazione della caduta dell'uomo, riportata nel Libro della Genesi, contiene un riferimento all'atteggiamento di antagonismo che satana vuole comunicare all'uomo per portarlo alla trasgressione. Anche nel Libro di Giobbe (1,11; 2,5.7) leggiamo che satana cerca di far nascere la ribellione nell'uomo che soffre. Nel Libro della Sapienza (2,24) satana è presentato come l'artefice della morte, che è entrata nella storia dell'uomo assieme al peccato.

Satana e gli altri demòni sono stati creati buoni da Dio

4. La Chiesa, nel Concilio Lateranense IV (1215), insegna che il diavolo (o satana) e gli altri demòni «sono stati creati buoni da Dio ma sono diventati cattivi per loro propria volontà». Infatti leggiamo nella Lettera di san Giuda: «...gli angeli che non conservarono la loro dignità ma lasciarono la loro dimora, il Signore li tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno». Similmente nella seconda Lettera di san Pietro si parla di «angeli che avevano peccato» e che Dio «non risparmiò, ma... precipitò negli abissi tenebrosi dell'inferno, serbandoli per il giudizio» (2Pt 2,4). È chiaro che se Dio «non perdona» il peccato degli angeli lo fa perché essi rimangono nel loro peccato, perché sono eternamente «nelle catene» di quella scelta che hanno operato all'inizio, respingendo Dio, contro la verità del Bene supremo e definitivo che è Dio stesso. In questo senso scrive san Giovanni che «il diavolo è peccatore fin dal principio...» (IGv 3,8). E «sin dal principio» egli è stato omicida e «non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui» (Gv 8,44)

Satana, «menzognero» cosmico e «padre della menzogna»

5. Questi testi ci aiutano a capire la natura e la dimensione del peccato di satana, consistente nel rifiuto della verità su Dio, conosciuto alla luce dell'intelligenza e della rivelazione come Bene infinito, Amore e Santità sussistente. Il peccato è stato tanto maggiore quanto maggiore era la perfezione spirituale e la perspicacia conoscitiva dell'intelletto angelico, quanto maggiore la sua libertà e la sua vicinanza a Dio. Respingendo la verità conosciuta su Dio con un atto della propria libera volontà, satana diventa «menzognero» cosmico e «padre della menzogna» (Gv 8,44). Per questo egli vive nella radicale e irreversibile negazione di Dio e cerca di imporre alla creazione, agli altri esseri creati a immagine di Dio, e in particolare agli uomini, la sua tragica «menzogna sul Bene» che è Dio. Nel Libro della Genesi troviamo una descrizione precisa di tale menzogna e falsificazione della verità su Dio, che satana (sotto forma di serpente) tenta di trasmettere ai primi rappresentanti del genere umano: Dio sarebbe geloso delle sue prerogative e imporrebbe perciò delle limitazioni all'uomo (cfr. Gen 3,5). Satana invita l'uomo a liberarsi dell'imposizione di questo giogo, rendendosi «come Dio».

La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo

6. In questa condizione di menzogna esistenziale satana diventa - secondo san Giovanni - anche «omicida», cioè distruttore della vita soprannaturale che Dio sin dall'inizio aveva innestato in lui e nelle creature, fatte a «immagine di Dio»: gli altri puri spiriti e gli uomini; satana vuol distruggere la vita secondo la verità, la vita nella pienezza del bene, la soprannaturale vita di grazia e di amore. L'autore del Libro della Sapienza scrive: «...la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap 2,24). E nel Vangelo Gesù Cristo ammonisce: «Temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28).

Questo angelo caduto ha conquistato in certa misura il dominio sull'uomo

7. Come effetto del peccato dei progenitori questo angelo caduto ha conquistato in certa misura il dominio sull'uomo. Questa è la dottrina costantemente confessata e annunziata dalla Chiesa, e che il Concilio di Trento ha confermato nel trattato sul peccato originale: essa trova drammatica espressione nella liturgia del Battesimo, quando al catecumeno viene richiesto di rinunziare al demonio e alle sue seduzioni.

Di questo influsso sull'uomo e sulle disposizioni del suo spirito (e del corpo), troviamo varie indicazioni nella Sacra Scrittura, nella quale satana è chiamato «il principe di questo mondo» (cfr. Gv 12,31; 14,30; 16,11), e persino il Dio «di questo mondo» (2Cor 4,4). Troviamo molti altri nomi che descrivono i suoi nefasti rapporti con l'uomo: «Beelzebul» o «Belial», «spirito immondo», «tentatore», «maligno» e infine «anticristo» (1 Gv 4,3). Viene paragonato a un «leone» (1Pt 5,8), a un «drago» (nell'Apocalisse) e a un «serpente» (Gen 3). Molto frequentemente per designarlo viene usato il nome «diavolo» dal greco «diaballein» (da cui «diabolos»), che vuol dire: causare la distruzione, dividere, calunniare, ingannare. E a dire il vero tutto questo avviene fin dall'inizio per opera dello spirito maligno che è presentato dalla Sacra Scrittura come una persona pur asserendo che non è solo: «siamo in molti», gridano i diavoli a Gesù nella regione dei Geraseni (Mc 5,9); «il diavolo e i suoi angeli», dice Gesù nella descrizione del futuro giudizio (cfr. Mt 25,41).

«Possessioni diaboliche»

8. Secondo la Sacra Scrittura, e specialmente il Nuovo Testamento, il dominio e l'influsso di satana e degli altri spiriti maligni abbraccia tutto il mondo. Pensiamo alla parabola di Cristo sul campo (che è il mondo), sul buon seme e su quello non buono che il diavolo semina in mezzo al grano cercando di strappare dai cuori quel bene che in essi è stato «seminato» (Mt 13,38s). Pensiamo alle numerose esortazioni alla vigilanza (Mt 26,41; IPt 5,8), alla preghiera e al digiuno (Mt 17,21). Pensiamo a quella forte affermazione del Signore: «Questa specie di demoni in nessun altro modo si può scacciare se non con la preghiera» (Mc 9,29). L'azione di satana consiste prima di tutto nel tentare gli uomini al male, influendo sulla loro immaginazione e sulle loro facoltà superiori per volgerle in direzione contraria alla legge di Dio. Satana mette alla prova persino Gesù (cfr. Lc 4,3-13), nel tentativo estremo di contrastare le esigenze dell'economia della salvezza così come Dio l'ha preordinata.

Non è escluso che in certi casi lo spirito maligno si spinga anche ad esercitare il suo influsso non solo sulle cose materiali, ma anche sul corpo dell'uomo, per cui si parla di «possessioni diaboliche» (cfr. Mc 5,2-9). Non è sempre facile discernere ciò che di pretematurale avviene in questi casi, né la Chiesa accondiscende o asseconda facilmente la tendenza ad attribuire molti fatti a interventi diretti del demonio; ma in linea di principio non si può negare che nella sua volontà di nuocere e di condurre al male, satana possa giungere a questa estrema manifestazione della sua superiorità.

Presenza di satana nella storia dell'umanità

9. Dobbiamo infine aggiungere che le impressionanti parole dell'apostolo Giovanni: «Tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1Gv 5,19), alludono anche alla presenza di satana nella storia dell'umanità, una presenza che si acuisce man mano che l'uomo e la società si allontanano da Dio. L'influsso dello spirito maligno può «celarsi» in modo più profondo ed efficace: farsi ignorare corrisponde ai suoi «interessi». L'abilità di satana nel mondo è quella di indurre gli uomini a negare la sua esistenza in nome del razionalismo e di ogni altro sistema di pensiero che cerca tutte le scappatoie pur di non ammetterne l'opera. Ciò non significa però l'eliminazione della libera volontà e della responsabilità dell'uomo e nemmeno la frustrazione dell'azione salvifica di Cristo. Si tratta piuttosto di un conflitto tra le forze oscure del male e quelle della redenzione. Sono eloquenti, a questo proposito, le parole che Gesù rivolse a Pietro all'inizio della passione: «...Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te perché non venga meno la tua fede» (Lc 22,31).

Per questo comprendiamo come Gesù nella preghiera che ci ha insegnato, il «Padre nostro», che è la preghiera del regno di Dio, termina quasi bruscamente, a differenza di tante altre preghiere del suo tempo, richiamandoci alla nostra condizione di esposti alle insidie del Male-Maligno. Il cristiano, appellandosi al Padre con lo spirito di Gesù e invocando il suo Regno, grida con la forza della fede: fa' che non soccombiamo alla tentazione, liberaci dal Male, dal Maligno. Fa', o Signore, che non cadiamo nell'infedeltà a cui ci seduce colui che è stato infedele fin dall'inizio.

LA VITTORIA DI CRISTO SULLO SPIRITO DEL MALE

La potenza di satana non è infinita

1. Le nostre catechesi su Dio, Creatore delle cose «invisibili», ci hanno portato a illuminare e ritemprare la nostra fede per quanto riguarda la verità sul maligno o satana, non certamente voluto da Dio, sommo amore e santità, la cui Provvidenza sapiente e forte sa condurre la nostra esistenza alla vittoria sul principe delle tenebre. La fede della Chiesa infatti ci insegna che la potenza di satana non è infinita. Egli è solo una creatura, potente in quanto spirito puro, ma pur sempre una creatura, con i limiti della creatura, subordinata al volere e al dominio di Dio. Se satana opera nel mondo per il suo odio contro Dio e il suo regno, ciò è permesso dalla Divina Provvidenza che con potenza e bontà («fortiter et suaviter») dirige la storia dell'uomo e del mondo. Se l'azione di satana certamente causa molti danni - di natura spirituale e indirettamente di natura anche fisica - ai singoli e alla società, egli non è tuttavia in grado di annullare la definitiva finalità cui tendono l'uomo e tutta la creazione, il Bene. Egli non può ostacolare l'edificazione del regno di Dio, nel quale si avrà, alla fine, la piena attuazione della giustizia e dell'amore del Padre verso le creature eternamente «predestinate» nel Figlio-Verbo, Gesù Cristo. Possiamo anzi dire con san Paolo che l'opera del maligno concorre al bene (cfr. Rm 2,28) e che serve a edificare la gloria degli «eletti» (cfr. 2Tm 2,10).

La vittoria di Cristo sul «principe di questo mondo»

2. Così tutta la storia dell'umanità si può considerare in funzione della salvezza totale, nella quale è iscritta la vittoria di Cristo sul «principe di questo mondo» (Gv 12,31; 14,30; 16,11).

«Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai» (Lc 4,8), dice perentoriamente Cristo a satana. In un momento drammatico del suo ministero, a chi lo accusava in modo sfacciato di scacciare i demoni perché alleato di Beelzebul, capo dei demoni, Gesù risponde con quelle parole severe e confortanti insieme: «Ogni regno discorde cade in rovina, e nessuna città o famiglia discorde può reggersi. Ora, se satana scaccia satana, egli è discorde con se stesso. Come potrà dunque reggersi il suo regno?... E se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il Regno di Dio» (Mt 12,25-28). «Quando un uomo forte, bene armato fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa l'armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino» (Lc 11,21s). Le parole pronunciate da Cristo a proposito del tentatore trovano il loro compimento storico nella croce e nella risurrezione del Redentore. Come leggiamo nella Lettera agli Ebrei, Cristo si è fatto partecipe dell'umanità fino alla croce «per ridurre all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo... e liberare così quelli che... erano tenuti in schiavitù» (Eb 2,14s). Questa è la grande certezza della fede cristiana: «il principe di questo mondo è stato giudicato» (Gv 16,11); «il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (IGv 3,8), come ci attesta san Giovanni. Dunque il Cristo crocifisso e risorto si è rivelato come quel «più forte» che ha vinto «l'uomo forte», il diavolo, e lo ha spodestato. Alla vittoria di Cristo sul diavolo partecipa la Chiesa: Cristo, infatti, ha dato ai suoi discepoli il potere di cacciare i demoni (cfr. Mt 10,1 e par.). La Chiesa esercita tale potere vittorioso mediante la fede in Cristo e la preghiera (cfr. Mc 9,29; Mt 17,19s), che in casi specifici può assumere la forma dell'esorcismo.

L'annuncio e l'inizio della vittoria finale

3. In questa fase storica della vittoria di Cristo si inscrive l'annuncio e l'inizio della vittoria finale, la Parusia, la seconda e definitiva venuta di Cristo alla conclusione della storia, verso la quale è proiettata la vita del cristiano. Anche se è vero che la storia terrena continua a svolgersi sotto l'influsso di «quello spirito che - come dice san Paolo - ora opera negli uomini ribelli» (Ef 2,2), i credenti sanno di essere chiamati a lottare per il definitivo trionfo del Bene: «la nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12).

La lotta si concluderà con la definitiva vittoria del bene

4. La lotta, man mano che se ne avvicina il termine, diventa in certo senso sempre più violenta, come mette in rilievo specialmente l'Apocalisse, l'ultimo libro del Nuovo Testamento (cfr. Ap 12,7ss). Ma proprio questo libro accentua la certezza che ci è data da tutta la rivelazione divina: che cioè la lotta si concluderà con la definitiva vittoria del bene. In quella vittoria, precontenuta nel mistero pasquale di Cristo, si adempirà definitivamente il primo annuncio del Libro della Genesi, che con termine significativo è detto «Protovangelo», quando Dio ammonisce il serpente: «Io porrò inimicizia tra te e la donna» (Gen 3,15). In quella fase definitiva Dio, completando il mistero della sua paterna Provvidenza, «libererà dal potere delle tenebre» coloro che ha eternamente «predestinati in Cristo» e li «trasferirà nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,13s). Allora il Figlio sottometterà al Padre anche l'intero universo, affinché «Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

Il mistero dell'inizio si ricollega col mistero del termine

5. Qui si concludono le catechesi su Dio Creatore delle «cose visibili e invisibili», unite nella nostra impostazione con la verità sulla divina Provvidenza. Appare evidente agli occhi del credente che il mistero dell'inizio del mondo e della storia si ricollega indissolubilmente col mistero del termine, nel quale la finalità di tutto il creato raggiunge il suo compimento. Il Credo, che unisce così organicamente tante verità, è veramente la cattedrale armoniosa della fede.

In maniera progressiva e organica abbiamo potuto ammirare stupefatti il grande mistero dell'intelligenza e dell'amore di Dio, nella sua azione creatrice, verso il cosmo, verso l'uomo, verso il mondo degli spiriti puri. Di tale azione abbiamo considerato la matrice trinitaria, la sapiente finalizzazione alla vita dell'uomo, vera «immagine di Dio», a sua volta chiamato a ritrovare pienamente la sua dignità nella contemplazione della gloria di Dio. Abbiamo ricevuto luce su uno dei massimi problemi che inquietano l'uomo e pervadono la sua ricerca di verità: il problema della sofferenza e del male. Alla radice non sta una decisione errata o cattiva di Dio, ma la sua scelta, e in certo modo il suo rischio, di crearci liberi per averci amici. Dalla libertà è nato anche il male. Ma Dio non si arrende, e con la sua saggezza trascendente, predestinandoci ad essere suoi figli in Cristo, tutto dirige con fortezza e soavità, perché il bene non sia vinto dal male.

Dobbiamo ora lasciarci guidare dalla divina rivelazione nella esplorazione di altri misteri della nostra salvezza. Intanto abbiamo accolto una verità che deve stare a cuore di ogni cristiano: come esistano degli spiriti puri, creature di Dio, inizialmente tutte buone, e poi per una scelta di peccato, separatesi irriducibilmente in angeli di luce e in angeli di tenebre. E mentre l'esistenza degli angeli cattivi chiede a noi il senso della vigilanza per non cedere alle loro lusinghe, siamo certi che la vittoriosa potenza del Cristo redentore circonda la nostra vita perché ne siamo noi stessi vincitori. In ciò siamo validamente aiutati dagli angeli buoni, messaggeri dell'amore di Dio, ai quali, ammaestrati dalla tradizione della Chiesa, rivolgiamo la nostra preghiera: «Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen».

II

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOIICA

Paragrafo 5

IL CIELO E LA TERRA

325. Il Simbolo degli Apostoli professa che Dio è «il Creatore del cielo e della terra», e il Simbolo nicenocostantinopolitano esplicita: «... di tutte le cose visibili e invisibili».

326. Nella Sacra Scrittura, l'espressione «cielo e terra» significa: tutto ciò che esiste, l'intera creazione. Indica pure, all'interno della creazione, il legame che ad un tempo unisce e distingue cielo e terra: «La terra» è il mondo degli uomini (cfr. Sal 115,16). «Il cielo», o «i cieli», può indicare il firmamento (cfr. Sal 19,2), ma anche il «luogo» proprio di Dio: il nostro «Padre che è nei cieli» (Mt 5,16)3 e, di conseguenza, anche il «cielo» che è la gloria escatologica. Infine, la parola «cielo» indica il «luogo» delle creature spirituali - gli angeli - che circondano Dio.

327. La professione di fede del Concilio Lateranense IV afferma: Dio, «fin dal principio del tempo, creò dal nulla l'uno e l'altro ordine di creature, quello spirituale e quello materiale, cioè gli angeli e il mondo terrestre; e poi l'uomo, quasi partecipe dell'uno e dell'altro, composto di anima e di corpo».

I. Gli angeli

L'ESISTENZA DEGLI ANGELI: UNA VERITA DI FEDE

328. L'esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che là Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l'unanimità della Tradizione.

CHI SONO?

329. Sant'Agostino dice a loro riguardo: «"Angelus" officii nomen est, [...] non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus - La parola "angelo" designa l'ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l'ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo». In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che «vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10), essi sono «potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola» (Sal 103,20).

330. In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria.

CRISTO «CON TUTTI I SUOI ANGELI»

331. Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono i suoi angeli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli [...]» (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: «Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: troni, dominazioni, principati e potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: «Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Eb 1,14).

332. Essi, fin dalla creazione' e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, proteggono Lot, salvano Agar e il suo bambino, trattengono la mano di Abramo; la Legge viene comunicata mediante il ministero degli angeli (At 7,53), essi guidano il popolo di Dio, annunziano nascite e vocazioni, assistono i profeti, per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l'angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù.

333. Dall'incarnazione all'ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall'adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio «introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: «Gloria a Dio...» (Lc 2,14). Essi proteggono l'infanzia di Gesù, servono Gesù nel deserto, lo confortano durante 1'agonia, quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici22 come un tempo Israele. Sono ancora gli angeli che evangelizzano (Lc 2,10) la Buona Novella dell'incarnazione e della risurrezione di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, saranno là, al servizio del suo giudizio.

GLI ANGELI NELLA VITA DELLA CHIESA

334. Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell'aiuto misterioso e potente degli angeli.

335. Nella liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; invoca la loro assistenza (così nell'In paradisum deducant te angeli... -In paradiso ti accompagnino gli angeli - nella liturgia dei defunti, o ancora nell'«Inno dei cherubini» della liturgia bizantina, e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi).

336. Dal suo inizio (cfr. Mt 18,10) fino all'ora della morte (fr. Le 16,22) la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione. Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita». Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.



Paragrafo 7

II. La caduta degli angeli

391. Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavoo. La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. «Diabolus enim et alii dxmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali - Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi».

392. La Scrittura parla di un peccato di questi angeli? Tale «caduta» consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: «Diventerete come Dio» (Gen 3,5). «Il diavolo è peccatore fin dal principio» (1Gv 3,8), «padre della menzogna» (Gv 8,44).

393. A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. «Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte»4o.

394. La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama «omicida fin dal principio» (Gv 8,44), e che ha perforo tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. «II Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.

395. La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni - di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica - per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).

III

SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELIA FEDE

FEDE CRISTIANA E DEMONOLOGIA

Nel corso dei secoli la Chiesa ha sempre riprovato le varie forme di superstizione, la preoccupazione ossessiva di Satana e dei demòni, i diversi tipi di culto e di morboso attaccamento a questi spiriti; sarebbe perciò ingiusto affermare che il cristianesimo, dimentico della signoria universale di Cristo, abbia fatto di Satana l'argomento preferito della sua predicazione, trasformando la Buona Novella del Signore risorto in messaggio di terrore. Al suo tempo, san Giovanni Crisostomo dichiarava ai cristiani di Antiochia: "Non ci fa certamente piacere intrattenervi sul diavolo, ma la dottrina dalla quale esso mi offre lo spunto risulterà assai utile a voi. In realtà sarebbe un errore funesto comportarsi come se, considerando la storia già risolta, la Redenzione avesse ottenuto tutti i suoi effetti, senza che sia più necessario impegnarsi nella lotta di cui parlano il Nuovo Testamento e i maestri della vita spirituale.

IL DISAGIO CONTEMPORANEO

In questo errore si potrebbe cadere anche oggi. Da molte parti, infatti, ci si domanda se non sia il caso di riesaminare su questo punto la dottrina cattolica, a cominciare dalla Sacra Scrittura. Certuni credono impossibile una qualsiasi presa di posizione - come se il problema potesse esser lasciato in sospeso! - osservando che i Libri Santi non permetterebbero di pronunziarsi né a favore né contro l'esistenza di Satana e dei suoi demòni; il più spesso, però, questa esistenza è apertamente revocata in dubbio. Certi critici, ritenendo di poter identificare la posizione propria di Gesù, pretendono che nessuna sua parola garantirebbe la realtà del mondo demoniaco, mentre l'affermazione della sua esistenza rifletterebbe piuttosto, là dove ricorre, le idee di scritti giudaici, oppure dipenderebbe da tradizioni neotestamentarie e non da Cristo; poiché essa non farebbe parte del messaggio evangelico centrale, non impegnerebbe più, oggi, la nostra fede e noi saremmo liberi di abbandonarla. Altri, più obiettivi e più radicati nello stesso tempo, accettano le asserzioni della Sacra Scrittura sui demòni nel loro senso ovvio, ma aggiungono subito che, nel mondo d'oggi, esse non sarebbero accettabili neppure per i cristiani. Anch'essi, dunque, le eliminano. Per alcuni, infine, l'idea di Satana, qualunque ne sia l'origine, non avrebbe più importanza e, attardandosi a giustificarla, il nostro insegnamento perderebbe credito e farebbe ombra al discorso su Dio, che, solo, merita il nostro interesse. Per gli uni e per gli altri, finalmente, i nomi di Satana e del diavolo non sarebbero altro che personificazioni mitiche e funzionali, il cui significato sarebbe soltanto quello di sottolineare drammaticamente l'influsso del male e del peccato sull'umanità. Puro linguaggio, quindi, che la nostra epoca dovrebbe decifrare per trovare un modo diverso di inculcare ai cristiani il dovere di lottare contro tutte le forze del male nel mondo.

Queste prese di posizione, ripetute con sfoggio di erudizione e diffuse da riviste e da certi dizionari teologici, non possono non turbare gli spiriti: i fedeli, abituati a prendere sul serio gli avvertimenti di Cristo e degli scritti apostolici, hanno l'impressione che discorsi del genere intendano, in questo campo, imprimere una svolta all'opinione pubblica e coloro, tra essi, che hanno una conoscenza delle scienze bibliche e religiose, si domandano fin dove condurrà il processo di smitizzazione avviato in nome di una certa ermeneutica.

Di fronte a postulati di questo genere e per rispondere al loro processo mentale, dobbiamo, in breve, fermarci anzitutto al Nuovo Testamento per invocarne la testimonianza e l'autorità.

IL NUOVO TESTAMENTO E IL SUO CONTESTO

Prima di ricordare con quale indipendenza di spirito Gesù si sia sempre comportato nei confronti delle opinioni del suo tempo, è importante notare che i suoi contemporanei non avevano tutti, a proposito di angeli e di demòni, la credenza comune che certuni sembrano oggi loro attribuire e dalla quale Gesù stesso dipenderebbe. Un'annotazione con la quale il libro degli Atti illustra la polemica provocata tra i membri del Sinedrio da una dichiarazione di san Paolo, ci fa sapere infatti che, a differenza dei Farisei, i Sadducei non ammettevano "né risurrezione, né angelo, né spirito", cioè, come il testo viene inteso da buoni interpreti, non credevano alla risurrezione e, quindi, neppure agli angeli e ai demòni. Così, a proposito di Satana, dei demòni e degli angeli, l'opinione dei contemporanei sembra divisa tra due concezioni diametralmente opposte; come, dunque, pretendere che Gesù, esercitando e dando ad altri il potere di scacciare i demòni e, nella sua scia, gli scrittori del Nuovo Testamento, non abbiano fatto altro che adottare, senza il minimo spirito critico, le idee e le pratiche del loro tempo? Certo, Cristo, e a maggior ragione gli apostoli, appartenevano alla loro epoca e ne condividevano la cultura; Gesù tuttavia, a motivo della sua natura divina e della rivelazione che era venuto a comunicare, trascendeva il suo ambiente e il suo tempo, sfuggiva alla loro pressione. La lettura del discorso sulla montagna è sufficiente del resto a convincersi della sua libertà di spirito come del suo rispetto per la tradizione'. Perciò quando egli rivelò il significato della sua redenzione, dovette tener conto evidentemente dei Farisei, i quali, come lui, credevano al mondo futuro, all'anima, agli spiriti e alla risurrezione; ma anche dei Sadducei, i quali non ammettevano queste credenze. Quando i primi lo accusarono di scacciare i demòni con la complicità del loro principe, egli avrebbe potuto scagionarsi schierandosi con i Sadducei; ma, così facendo, avrebbe smentito ciò che egli era e la sua missione. Egli dunque, doveva senza rinnegare la credenza agli spiriti e alla risurrezione - che aveva in comune con i Farisei - dissociarsi da costoro ed opporsi, non meno, ai Sadducei. Pretendere dunque oggi che il discorso di Gesù su Satana esprima soltanto una dottrina mutuata dall'ambiente, senza importanza per la fede universale, appare, di primo acchito, come un'opinione poco informata sull'epoca e la personalità del Maestro. Se Gesù ha usato questo linguaggio, se, soprattutto, egli lo ha tradotto in pratica nel suo ministero, è perché esso esprimeva una dottrina necessaria - almeno per una parte - alla nozione e alla realtà della salvezza da lui portata.

LA TESTIMONIANZA PERSONALE DI GESÙ

Anche le principali guarigioni di ossessi furono da Cristo compiute in momenti che risultano decisivi nei racconti del suo ministero. I suoi esorcismi ponevano e orientavano il problema della sua missione e della sua persona, come provano a sufficienza le reazioni che suscitarono. Senza mettere mai Satana al centro del suo Vangelo, Gesù ne parlò tuttavia in momenti evidentemente cruciali e con dichiarazioni importanti. Prima di tutto diede inizio al suo ministero pubblico accettando di essere tentato dal diavolo nel deserto: il racconto di Marco, proprio a motivo della sua sobrietà, è decisivo quanto quello di Matteo e di Luca. Contro questo avversario egli mise in guardia nel discorso sulla montagna, e nella preghiera che insegnò ai suoi, il "Padre Nostro", come ammettono oggi molti esegeti, appoggiati sulla testimonianza di parecchie liturgie. Nelle parabole, Gesù attribuì a Satana gli ostacoli incontrati dalla sua predicazione, come nel caso della zizzania nel campo del padre di famiglia. A Simon Pietro egli annunziò che "la potenza degli inferi" avrebbe tentato di prevalere sulla Chiesa", che Satana lo avrebbe passato al vaglio insieme con gli altri apostoli. Al momento di lasciare il cenacolo, Cristo dichiarò imminente la venuta del "principe di questo mondo". Nel Getsemani, quando i soldati gli misero addosso le mani per arrestarlo, affermò ch'era giunta l'ora della "potenza delle tenebre": ciò nonostante, egli sapeva e aveva dichiarato nel cenacolo che "il principe di questo mondo era ormai condannato". Questi fatti e queste dichiarazioni - bene inquadrati, ripetuti e concordanti - non sono casuali e non è possibile trattarli come dati favolistici da smitizzare. Altrimenti, bisognerebbe ammettere che in quelle ore critiche la coscienza di Gesù, di cui è attestata la lucidità e la padronanza di sé davanti ai giudici, era in preda a fantasmi illusori, e che la sua parola era priva di ogni fermezza; ciò che contrasterebbe con l'impressione dei primi ascoltatori e dei lettori dei vangeli. Si impone perciò la conclusione: Satana, che Gesù aveva affrontato con i suoi esorcismi, che aveva incontrato nel deserto e nella passione, non può essere il semplice prodotto della facoltà umana di favoleggiare e di personificare le idee, oppure un relitto aberrante di un linguaggio culturale primitivo.

GLI SCRITTI PAOLINI

È vero che san Paolo, riassumendo a larghe linee nella lettera ai Romani la situazione dell'umanità prima di Cristo, personifica il peccato e la morte, di cui mostra la temibile potenza; ma si tratta, nel complesso della sua dottrina, di un momento, che non è l'effetto di una risorsa puramente letteraria, ma della sua acuta coscienza dell'importanza della croce di Gesù e della necessità dell'opzione di fede che egli richiede. D'altra parte, Paolo non identifica il peccato con Satana; nel peccato, infatti, egli vede prima di tutto ciò che esso è essenzialmente, un atto personale degli uomini, e anche lo stato di colpevolezza e di accecamento nel quale Satana effettivamente cerca di gettarli e mantenerli. In tal modo, Paolo distingue bene Satana dal peccato. L'apostolo, il quale davanti alla "legge del peccato che sente nelle sue membra" confessa anzitutto la sua impotenza senza la grazia", è quello stesso che, con estrema decisione, invita a resistere a Satana a non farsi dominare da lui, a non dargli occasione o vantaggio` e a schiacciarlo sotto i piedi. Perché Satana è per lui una entità personale, "il dio di questo mondo", un avversario furbo, distinto sia da noi che dal peccato, che egli suggerisce. Come nel Vangelo, l'apostolo lo vede all'opera nella storia del mondo, in quello che egli chiama "il mistero del1'iniquità": nella incredulità che si rifiuta di riconoscere il Signore Gesù e anche nell'aberrazione della idolatrià, nella seduzione che minaccia la fedeltà della Chiesa a Cristo suo Sposo", infine nel traviamento escatologico che conduce al culto dell'uomo messo al posto di Dio`. Certamente, Satana induce al peccato, ma si distingue dal male che egli fa commettere.

L'APOCALISSE E IL VANGELO DI SAN GIOVANNI

L'Apocalisse è soprattutto il grandioso affresco in cui risplende la potenza di Cristo risorto nei testimoni del suo Vangelo: essa proclama il trionfo dell'Agnello immolato; ma ci si ingannerebbe completamente sulla natura di questa vittoria se non vi si vedesse il termine di una lunga lotta in cui intervengono, mediante le potenze umane che si oppongono al Signore Gesù, Satana e i suoi angeli, distinti gli uni dagli altri, come pure i loro agenti storici. È infatti l'Apocalisse che, sottolineando 1'enimma dei diversi nomi e simboli di Satana nella Sacra Scrittura, ne smaschera definitivamente l'identità". La sua azione si svolge in tutti i secoli della storia umana sotto gli occhi di Dio.

Non sorprende perciò che, nel Vangelo di san Giovanni, Gesù parli del diavolo e che lo qualifichi "principe di questo mondo". Certamente, la sua azione sull'uomo è interiore; ma è impossibile vedere nella sua figura soltanto una personificazione del peccato e della tentazione. Gesù riconosce che peccare significa essere "schiavo", ma non identifica per questo con Satana né questa schiavitù né il peccato, che in essa si manifesta. Il diavolo esercita sui peccatori solo una influenza morale, nella misura in cui ciascuno acconsente alla sua ispirazione»: liberamente essi ne eseguono i "desideri" e fanno 'la sua opera' . Soltanto in questo senso e in questa misura Satana è il loro "padre", perché tra lui e la coscienza della persona umana resta sempre la distanza spirituale che separa la "menzogna" diabolica dal consenso che ad essa si può dare o negare, allo stesso modo che tra Cristo e noi, esiste sempre la distanza tra la "verità" che egli rivela e propone, e la fede con la quale viene accolta.

Per questo motivo i Padri della Chiesa, convinti dalla Sacra Scrittura che Satana e i demòni sono gli avversari della Redenzione, non hanno mancato di ricordare ai fedeli la loro esistenza e la loro azione.

LA DOTTRINA GENERALE DEI PADRI

Fin dal II secolo della nostra èra Melitone di Sardi aveva scritto un'opera "Sul demonio" e sarebbe difficile citare un solo Padre che su questo argomento abbia taciuto. Ovviamente, i più attenti a mettere in luce l'azione del diavolo furono quelli che illustrarono il disegno divino nella storia, specialmente sant'Ireneo e Tertulliano, i quali affrontarono successivamente il dualismo gnostico e Marcione; poi la volta di Vittorino di Pettau, e finalmente di sant'Agostino. Sant'Ireneo insegnò che il diavolo è un "angelo apostata"; che Cristo, ricapitolando in se stesso la guerra di questo nemico contro di voi, dovette affrontarlo agli inizi del suo ministero. Con maggiore ampiezza e vigore sant'Agostino lo mostrò all'opera nella lotta delle "due città", che hanno origine in cielo, quando le prime creature di Dio, gli angeli, si dichiararono fedeli o infedeli al loro Signore"; nella società dei peccatori egli vide un "corpo" mistico del diavolo", di cui parlerà più tardi, nei Moralia in Job, anche san Gregorio Magno".

Evidentemente, la maggioranza dei Padri, abbandonando con Origene l'idea di un peccato carnale degli angeli decaduti, videro nel loro orgoglio - cioè nel desiderio di innalzarsi al disopra della loro condizione, di affermare la loro indipendenza, di farsi credere Dio - il principio della loro caduta; ma, accanto a quest'orgoglio, molti sottolinearono anche la loro cattiveria nei confronti dell'uomo. Per sant'Ireneo, l'apostasia del diavolo sarebbe cominciata quando egli ebbe gelosia della creazione dell'uomo e cercò di farlo ribellare al suo autore. Secondo Tertulliano, Satana, per contrastare il piano del Signore, avrebbe plagiato nei misteri pagani i sacramenti istituiti da Cristo`. L'insegnamento patristico echeggiò dunque in maniera sostanzialmente fedele la dottrina e gli orientamenti del Nuovo Testamento.

IL CONCILIO LATERANENSE IV (1215) E IL SUO ENUNCIATO DEMONOLOGICO

È vero che in venti secoli di storia il Magistero consacrò alla demonologia soltanto poche dichiarazioni propriamente dommatiche. La ragione è che l'occasione si presentò raramente, a due riprese soltanto, la più importante delle quali si situa all'inizio del XIII secolo, quando si manifestò una reviviscenza del dualismo manicheo e priscillianista con l'apparizione dei Catari o Albigesi; ma l'enunciato dommatico di allora, formulato in un quadro dottrinale familiare, corrisponde molto da vicino alla nostra sensibilità, perché è coinvolta la visione dell'universo e la sua creazione da parte di Dio: Noi crediamo fermamente e professiamo con semplicità... un principio unico dell'universo, creatore di tutte le cose visibili e invisibili, spirituali e corporee: con la sua onnipotenza all'inizio del tempo egli creò insieme dal nulla l'una e l'altra creatura, la spirituale e la corporea, cioè gli angeli e il mondo, poi la creatura umana, che appartiene in qualche modo all'una e all'altra, composta di spirito e di corpo. Perché il diavolo e gli altri demòni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma son diventati cattivi da se stessi, per propria iniziativa; quanto all'uomo, egli ha peccato per istigazione del diavolo.

L'essenziale di questa esposizione è sobrio. Sul diavolo e i demòni il concilio si limita ad affermare che, creature dell'unico Dio, essi non sono sostanzialmente cattivi ma lo divennero per il loro libero arbitrio. Non vengono precisati né il loro numero né la loro colpa, né l'estensione del loro potere: queste questioni, estranee allora al problema dommatico, furono lasciate alle discussioni scolastiche. Ma l'affermazione del concilio, per quanto sia succinta, resta di capitale importanza perché è emanazione del più grande concilio del secolo XIII ed è messa in evidenza nella sua professione di fede, che, preceduta storicamente di poco da quelle imposte ai Catari e ai Valdesi, si collegava con le condanne pronunziate contro il Priscillianismo di parecchi secoli prima". Questa professione di fede merita dunque di essere considerata con attenzione. Essa adotta la abituale struttura dei Simboli dommatici e trova facilmente posto nella loro serie, a partire dal concilio di Nicea. Secondo il testo citato, si riassume dal nostro punto di vista in due temi connessi ed egualmente importanti per la fede: l'enunciato relativo al diavolo, sul quale dovremo fermarci in particolare, segue infatti una dichiarazione sul Dio creatore di tutte le cose "visibili e invisibili", cioè degli esseri corporei e angelici.

Il primo tema del Concilio: Dio creatore degli esseri "visibili e invisibili"

Questa affermazione sul Creatore e la formula che la esprime hanno una importanza particolare per il nostro argomento, perché antiche al punto d'affondare le loro radici nella dottrina di san Paolo. L'Apostolo infatti, glorificando il Cristo risorto, aveva affermato che egli esercita il dominio su tutti gli esseri "nei cieli, sulla terra e negli inferi", "nel mondo presente e in quello futuro" poi, affermandone la preesistenza, insegnò che "egli aveva creato tutto nei cieli e sulla terra, gli esseri visibili e quelli invisibili". Questa dottrina della creazione ebbe ben presto la sua importanza per la fede cristiana, perché la Gnosi e il Marcionismo tentarono per molto tempo, prima del Manicheismo e del Priscillianismo, di farla vacillare. I primi simboli di fede specificarono regolarmente che "gli esseri visibili e invisibili" sono tutti creati da Dio. Questa dottrina, affermata dal concilio NicenoCostantinopolitano", poi da quello di Toledo", si leggeva nelle professioni di fede di cui le grandi Chiese si servivano nella celebrazione del Battesimo`; entrò anche nella grande preghiera eucaristica di san Giacomo a Gerusalemme', di san Basilio in Asia Minore e ad Alessandria` e di altre Chiese d'Oriente`. Presso i Padri greci, essa appare fin da sant'Ireneo` e nella Expositio fidei di sant'Atanasios. In Occidente, la ritroviamo in Gregorio di Elvira`, sant'Agostino", san Fulgenzio", ecc.

Al tempo in cui i Catari d'Occidente, come i Bogomili nell'Europa orientale, restaurarono il dualismo manicheo, la professione di fede del IV concilio Lateranense non poteva far di meglio che riprendere questa dichiarazione e la sua formula, fin da allora di importanza definitiva. Ripetute, infatti, ben presto dalle professioni di fede del II concilio di Lione, di Firenze e di Trento, riapparvero infine nella Costituzione Dei Filius del I concilio Vaticano, nei termini stessi del IV concilio Lateranense del 1215. Si tratta dunque di un'affermazione primordiale e costante della fede, che il concilio Lateranense provvidenzialmente sottolineò per collegarvi il suo enunciato relativo a Satana e ai demòni. In questo modo, indicò che il loro caso, già importante in se stesso, s'inseriva nel contesto più generale della dottrina sulla creazione universale e della fede agli esseri angelici.

Il secondo tema del concilio: il diavolo Il testo

Per ciò che riguarda questo enunciato demonologico, esso è lungi dal presentarsi come una novità aggiunta per la circostanza, alla stregua di una conseguenza dottrinale o di una deduzione teologica; al contrario, appare come un punto fermo acquisito da lungo tempo. Ne è già indice la formulazione del testo. Infatti, dopo aver affermata la creazione universale, il documento non passa al diavolo e ai demòni come a un conclusione logicamente dedotta: non scrive "Per conseguenza, Satana e i demòni sono stati creati e fatti naturalmente buoni......" come sarebbe stato necessario se la dichiarazione fosse stata nuova e dedotta dalla precedente; al contrario, presenta il caso di Satana come una prova dell'affermazione precedente, come un argomento contro il dualismo. Scrive effettivamente: "Perché Satana e i demòni sono stati creati naturalmente buoni...". In breve, l'enunciato che li concerne si presenta come una affermazione indiscussa della coscienza cristiana: è, questo, un punto rilevante del documento, e non poteva essere altrimenti se si vuol tenere conto delle circostanze storiche.

La preparazione: le formulazioni positive e negative (IV-V sec.)

Di fatto, fin dal IV secolo la Chiesa aveva preso posizione contro la tesi manichea dei due principi coeterni e opposti`; sia in Oriente che in Occidente, insegnava fermamente che Satana e i demòni sono stati creati e fatti naturalmente buoni. "Devi credere, dichiarava san Gregorio di Nazianzo al neofita, che non esiste una essenza del male, né un regno (del male), privo di principio o sussistenza per se stesso o creato da Dio".

Il diavolo era considerato creatura di Dio, all'origine buona e luminosa, che disgraziatamente non aveva perseverato nella verità nella quale era stata stabilita (Gv 8,44), ma si era ribellata al Signore'6. Il male dunque non era nella sua natura, ma in un atto libero e contingente della sua volontà`. Affermazioni del genere - che si leggono equivalentemente in san Basilio", san Gregorio di Nazianzo69~ san Giovanni Crisostomo'°, Didimo di Alessandria" in Oriente; in Tertulliano'2, Eusebio di Vercelli`, sant'Ambrogio' e sant'Agostino` in Occidente - potevano assumere eventualmente una forma dommatica ferma. Essi si incontrano anche sotto forma di condanna dottrinale oppure di professione di fede.

Il De Trinitate, attribuito ad Eusebio di Vercelli l'esprimeva in termini di anatemi successivi: Se qualcuno professa che nella natura in cui è stato fatto l'angelo apostata non è opera di Dio, ma che egli esiste da se stesso, giungendo fino ad attribuirgli di trovare in se stesso il proprio principio, sia anatema.

Se qualcuno professa che l'angelo apostata è stato fatto da Dio con una natura cattiva, e non dice che egli ha concepito il male da se stesso, per suo proprio volere, sia anatema.

Se qualcuno professa che l'angelo di Satana ha fatto il mondo - lungi da noi questa credenza! - e non avrà dichiarato che ogni peccato è invenzione sua, sia anatema.

Tale redazione in forma di anatemi non era allora un caso unico: la si trova nel Commonitorium, attribuito a sant'Agostino e scritto in vista dell'abiura dei Manichei. Questa istruzione, infatti, votava all'anatema "colui, il quale crede che ci sono due nature, che hanno origine da due principi diversi, l'una buona, che è Dio, l'altra cattiva, non creata da Lui".

Questo insegnamento veniva tuttavia espresso più volentieri sotto la forma diretta e positiva di un'affermazione da credere. Sant'Agostino, all'inizio del suo De Genesi ad litteram, così diceva: L'insegnamento cattolico ordina di credere che la Trinità è un solo Dio, il quale ha fatto e creato tutti gli esseri che esistono, in quanto esistono; di modo che ogni creatura, sia intellettuale che corporea, o per dirla in breve secondo i termini delle divine Scritture, sia invisibile che visibile, non appartiene alla natura divina, ma è stata fatta dal nulla da Dio.

In Spagna, il primo concilio di Toledo professava ugualmente che Dio è il creatore di "tutti (gli esseri) visibili e invisibili" e che al di fuori di lui "non esiste natura divina, angelo, spirito o potenza alcuna che possa essere ritenuta Dio".

Così, fin dal IV secolo, l'espressione della fede cristiana - insegnata e vissuta - presentava su questo punto le due formulazioni dommatiche, positiva e negativa, che ritroveremo otto secoli dopo al tempo d'Innocenzo III e del IV concilio Lateranense.

San Leone Magno

Nel frattempo, queste espressioni dommatiche non caddero in disuso. Infatti, nel V secolo, la lettera del papa san Leone Magno a Turibio vescovo di Astorga - la cui autenticità non può più essere messa in dubbio - parlava con lo stesso tono e la medesima chiarezza. Fra gli errori priscillianisti da lui condannati si incontrano infatti i seguenti: L'annotazione sesta" segnala che essi pretendono che il diavolo non sia mai stato buono e che la sua natura non è opera di Dio, ma che egli è uscito dal caos e dalle tenebre, perché di fatto non ha un autore del suo essere, ma è egli stesso il principio e la sostanza di ogni male, mentre la vera fede, la fede cattolica, professa che la sostanza di tutte le creature, sia spirituali che corporee, è buona, e che il male non è una natura, dal momento che Dio, creatore dell'universo, ha fatto soltanto ciò ch'è buono. Perciò lo stesso diavolo sarebbe buono se fosse rimasto nello stato in cui era stato fatto. Purtroppo, poiché egli ha fatto cattivo uso della sua naturale eccellenza e non è rimasto nella verità (Gv 8,44), non si è (senza dubbio)

trasformato in una sostanza contraria, ma si è separato dal sommo bene, al quale avrebbe dovuto aderire ...81 Questa affermazione dottrinale (a cominciare dalle parole "la vera fede, la fede cattolica*professa..." fino alla fine) fu ritenuta così importante da venir ripresa negli stessi termini tra le aggiunte fatte nel VI secolo al "Libro dei dommi ecclesiastici", attribuito a Gennadio di Marsiglia`. Infine, la stessa dottrina sarà sostenuta con tono magisteriale nella "Regola di fede a Pietro", opera di san Fulgenzio, dove si troverà affermata la necessità di "ritenere principalmente", di "ritenere fermamente", che tutto ciò che non è Dio è creatura di Dio, e questo è il caso di tutti gli esseri "visibili e invisibili": "che una parte degli angeli si sono sviati e allontanati volontariamente dal loro Creatore", e "che il male non è una natura"". Non sorprende dunque che in tale contesto storico gli "Statuta Ecclesiae antiqua"aa - abbiano introdotto tra le interrogazioni destinate all'esame della fede cattolica dei candidati all'episcopato la seguente domanda: "se il diavolo è cattivo per condizione o se è diventato tale per libero arbitrio", formula che si ritroverà nelle professioni di fede imposte da Innocenzo III ai Valdesi.

Il primo concilio di Braga (VI secolo)

La dottrina era dunque comune e ferma. I numerosi documenti che la esprimono, e di cui abbiamo indicato i principali, costituiscono lo sfondo dottrinale sul quale spicca il primo concilio di Braga nella metà del VI secolo. Su questo sfondo, il c. 7 di questo sinodo non appare come testo isolato, ma come sintesi dell'insegnamento del IV e V secolo in questa materia e specialmente della dottrina del papa san Leone Magno: Se qualcunó pretende che il diavolo non è stato prima un angelo (buono) fatto da Dio e che la sua natura non è stata opera di Dio, ma pretende che egli è uscito dal caos e dalle tenebre e che non c'è alcun autore del suo essere, ma è egli stesso il principio e la sostanza del male, come dicono Mani e Priscilliano, sia anatema".

L'avvento dei Catari (XII e XIII secolo)

Fanno anche parte, da lungo tempo, della fede esplicita della Chiesa la condizione di creatura e l'atto libero con il quale il diavolo si è pervertito. Al IV concilio Lateranense era sufficiente introdurre queste affermazioni nel suo Simbolo senza bisogno di documentarla, perché si trattava di credenze chiaramente professate. Questa inserzione, che da un punto di vista dommatico era possibile anche prima, allora era diventata necessaria, perché l'eresia dei Catari aveva adottato alcuni antichi errori manichei. Tra il XII e il XIII secolo molte professioni di fede avevano dovuto affrettarsi a riaffermare che Dio è creatore degli "esseri visibili e invisibili", che è l'autore dei due Testamenti, e specificare che il diavolo non era cattivo per natura ma in seguito a una scelta`. Le antiche posizioni dualistiche, inquadrate in vasti movimenti dottrinali e spirituali, costituivano allora, nella Francia meridionale e nell'Italia settentrionale, un reale danno per la fede. In Francia, Ermengaudo di Béziers aveva dovuto scrivere un trattato contro gli eretici, "i quali dicono e credono che il mondo presente e tutti gli esseri visibili non sono stati creati da Dio, ma dal diavolo" e che esistevano un Dio buono e onnipotente e un Dio cattivo, cioè il diavolo". Nell'Italia settentrionale un ex-cataro convertito, Bonacursus, aveva anche gridato all'allarme e precisato le diverse scuole della setta". Poco dopo il suo intervento, la "Summa contra haereticos" per molto tempo attribuita a Prepositino di Cremona, nota meglio per il nostro problema, l'impatto dell'eresia dualista, sull'insegnamento di quell'epoca, quando comincia così la trattazione sui Catari: Il Dio onnipotente ha creato soltanto gli (esseri) invisibili e incorporei. Quanto al diavolo, che questo eretico chiama il dio delle tenebre, egli ha creato gli (esseri) visibili e corporei. Dopo aver detto ciò, l'eretico aggiunge che ci sono due princìpi delle cose: il principio del bene, cioè Dio onnipotente, e il principio del male, cioè il diavolo: aggiunge anche che esistono due nature: una buona, degli (esseri) incorporei, creata dal Dio onnipotente; l'altra cattiva, (quella) degli (esseri) corporei, creata dal diavolo. L'eretico che così si esprime si chiamava in antico Manicheo, oggi Cataro`.

Malgrado la sua brevità, questo riassunto è significativo per la sua densità. Oggi possiamo completarlo riferendoci al "Libro dei due princìpi", scritto da un teologo cataro poco dopo il IV concilio Lateranense9'. Addentrandosi nei particolari dell'argomentazione e basandosi sulla Sacra Scrittura, questa piccola somma di militanti della setta pretendeva di confutare la dottrina dell'unico Creatore e di fondare su testi biblici l'esistenza dei due opposti princìpi". Accanto al Dio buono, diceva, "dobbiamo necessariamente riconoscere l'esistenza di un altro principio, quello del male, che agisce perniciosamente contro il vero Dio e contro la sua creatura".

Valore della decisione del IV concilio Lateranense All'inizio del XIII secolo queste dichiarazioni, lungi dall'essere soltanto teorie di intellettuali esperti, corrispondevano a un complesso di credenze erronee, vissute e diffuse da una folla di conventicole ramificate, organizzate e attive. La Chiesa aveva il dovere di intervenire, ripetendo energicamente le affermazioni dottrinali dei secoli precedenti, e ciò fece papa Innocenzo III, introducendo i due enunciati dommatici segnalati prima nella confessione di fede del IV concilio ecumenico del Laterano. Questa, letta ufficialmente ai vescovi, fu da essi approvata: interrogati ad alta voce: "Credete queste (verità) punto per punto?", essi risposero con unanime acclamazione: "Le crediamo". Nel suo complesso, dunque, il documento conciliare è un documento di fede e, a motivo della sua natura e forma, che sono quelle di un Simbolo, ciascun punto principale di esso ha egualmente valore dommatico.

Si cadrebbe in manifesto errore se si pretendesse che ogni paragrafo di un Simbolo di fede debba contenere una sola affermazione dommatica: ciò significherebbe applicare alla sua interpretazione una ermeneutica valida, per esempio, nel caso di un decreto del concilio di Trento, nel quale ogni capitolo insegna di solito un solo tema dommatico;

necessità di prepararsi alla giustificazione`, verità della presenza reale di Cristo nella Eucaristia%, ecc. Il primo paragrafo del Lateranense IV invece, condensa in un numero di righe uguali a quelle del capitolo del Tridentino sul "dono della perseveranza" una quantità di affermazioni di fede, in gran parte già definite, sull'unità di Dio, la trinità e l'eguaglianza delle Persone, la semplicità della loro natura, le "processioni" del Figlio e dello Spirito Santo. Lo stesso accade per la creazione, specialmente per i due passaggi concernenti il complesso degli esseri spirituali e corporei creati da Dio come anche per la creazione del diavolo e per il suo peccato. Si trattava, come abbiamo stabilito, di altrettanti punti, che dal IV al V secolo appartenevano all'insegnamento della Chiesa; inserendoli nel proprio Simbolo, il concilio non fece altro che consacrare la loro appartenenza alla regola universale della fede.

Anche l'esistenza della realtà demoniaca e l'affermazione della sua potenza si basano non soltanto su questi documenti più specifici, ma trovano un'altra espressione, più generale e meno rigida, negli enunciati conciliari, ogni volta che essi descrivono la condizione dell'uomo senza Cristo.

L'INSEGNAMENTO COMUNE DEI PAPI E DEI CONCILI

Nella metà del V secolo, alla vigilia del concilio di Calcedonia, il "Tomo" del papa san Leone Magno a Flaviano precisò uno dei fini della economia della salvezza evocando la vittoria sulla morte e sul diavolo che secondo la lettera agli Ebrei ne detiene 1'impero98. Più tardi, quando il concilio di Firenze parlò della Redenzione, la presentò biblicamente come una liberazione dal dominio del diavolo. Il concilio di Trento, riassumendo la dottrina di san Paolo, dichiara che l'uomo peccatore "è sotto la potenza del diavolo e della morte"; salvandoci, Dio "ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati"`. Commettere il peccato dopo il Battesimo è "abbandonarsi in potere del demonio". Questa è infatti la fede primitiva e universale della Chiesa, attestata fin dai primi secoli nella liturgia della iniziazione cristiana, quando i catecumeni, sul punto di essere battezzati, rinunciavano a Satana, professavano la loro fede nella Santissima Trinità e aderivano a Cristo loro Salvatore".

È per questo che il II concilio Vaticano, che si è interessato più del presente della Chiesa che della dottrina della creazione, non ha mancato di mettere in guardia contro l'attività di Satana e dei demòni. Di nuovo, come nei concili di Firenze e di Trento, esso ha richiamato con l'Apostolo che Cristo ci "libera dal potere delle tenebre"' e, riassumendo la Sacra Scrittura alla maniera di san Paolo e dell'Apocalisse, la Costituzione "Gaudium et spes" ha detto che la nostra storia, la storia universale, "è una dura lotta contro le potenze delle tenebre, lotta cominciata fin dall'origine del mondo e che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno". Altrove, il Vaticano II rinnova gli ammonimenti dell'epistola agli Efesini ad "indossare l'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo". Perché, come la stessa Costituzione ricorda ai laici, "noi dobbiamo lottare contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male"'. Non sorprende infine constatare che lo stesso concilio, volendo presentare la Chiesa come il regno di Dio che ha già avuto inizio, invoca i miracoli di Gesù e a questo scopo fa precisamente appello ai suoi esorcismi`. È in questa occasione, effettivamente, che fu pronunziata da Gesù la famosa dichiarazione: "profecto pervenit in vos regnum dei"'.

L'ARGOMENTO LITURGICO

Quanto alla liturgia, che già occasionalmente abbiamo invocato, essa contribuisce con una particolare testimonianza, perché è l'espressione concreta della fede vissuta; ma non dobbiamo domandarle di rispondere alla nostra curiosità sulla natura dei demòni, le loro categorie e i loro nomi. La liturgia si accontenta di insistere, secondo il suo compito, sulla loro esistenza e la minaccia che essi costituiscono per i cristiani; fondata sull'insegnamento del Nuovo Testamento, la liturgia lo echeggia direttamente, ricordando che la vita dei battezzati è un combattimento condotto, con la grazia di Cristo e la forza del uso Spirito, contro il mondo, la carne e gli esseri demoniaci".

Il significato dei nuovi Rituali

Oggi tuttavia questo argomento liturgico dev'essere utilizzato con circospezione. Da una parte, i rituali e i sacramenti orientali, con i loro successivi arricchimenti e con una complessa demonologia, rischiano di sviarci; dall'altra, i documenti liturgici latini, spesso rimaneggiati nel corso della storia, invitano, proprio a motivo di questi mutamenti, a conclusioni ugualmente prudenti. Il nostro antico rituale della penitenza pubblica esprimeva con forza l'azione del demonio sui peccatori: purtroppo, questi testi, sopravvissuti fino ai nostri giorni nel Pontificale romano"', da molto tempo non sono più nella pratica.

Prima del 1972 si potevano anche citare le preghiere della raccomandazione dell'anima, che evocavano l'orrore dell'inferno e gli ultimi assalti del demonio"'; ma questi testi significativi sono adesso scomparsi. Soprattutto ai nostri giorni, il caratteristico ministero dell'esorcista, senza essere stato radicalmente abolito, è ridotto a un servizio eventuale, e sussisterà di fatto solo su domanda dei vescovi`, senza che alcun rito sia previsto per il suo conferimento. Un provvedimento del genere non significa, evidentemente, che il sacerdote non ha più il potere di esorcizzare, né che egli non deve più esercitarlo; tuttavia ciò obbliga a constatare che la Chiesa, non facendo più di questo ministero una funzione specifica, non riconosce più agli esorcismi l'importanza che avevano nei primi secoli. Questa evoluzione merita senz'altro di essere presa in considerazione.

Non dobbiamo tuttavia concludere a una recessione o a una revisione della fede nel campo liturgico. Il Messale romano del 1970 traduce sempre la convinzione della Chiesa a proposito degli interventi demoniaci. Oggi, come prima, la liturgia della prima domenica di Quaresima ricorda ai fedeli come il Signore Gesù ha vinto il tentatore: i tre racconti sinottici della sua prova sono riservati ai tre cicli A, B, C, delle letture quaresimali. Il protovangelo, con il suo annuncio della vittoria della discendenza della donna su quella del serpente (Gen 3,15) si legge nella X domenica dell'anno B e nel sabato della V settimana. La festa della Assunzione e il comune della Madonna fanno leggere Ap 12,1-6, cioè la minaccia del Dragone contro la Donna che partorisce. Mc 3,20-35, che riferisce la discussione di Gesù e dei Farisei su Beelzebul, fa parte delle letture della X domenica dell'anno B, già segnalata. La parabola del grano e della zizzania (Mt 13,23-43) appare nella domenica XV dell'anno A e la sua spiegazione (Mt 13,36-46) si legge nel martedì della XIII settimana. L'annuncio della sconfitta del principe di questo mondo (Gv 12,2033) è letto nella domenica V di Quaresima dell'anno B e Gv 14,30 ricorre nella settimana. Tra i testi apostolici, Ef 2,1-10 è assegnato al lunedì della XXIX settimana; Ef 6,10-20, al comune dei santi e delle sante e al giovedì della XIII settimana. 1Gv 3,7-10 si legge il 4 gennaio, e la festa di san Marco propone la prima lettera di san Pietro, che mostra il diavolo circuire la sua preda per divorarla. Queste citazioni che dovrebbero moltiplicarsi per essere complete, attestano che i più importanti testi biblici sul diavolo fanno sempre parte della lettura ufficiale della Chiesa.

È vero che il rituale della iniziazione cristiana degli adulti è stato in questo punto modificato e non interpella più il diavolo con apostrofi imperative; ma allo stesso scopo, si rivolge a Dio sotto forma di preghiera`, con un tono meno spettacolare, ma altrettanto espressivo ed efficace. È dunque falso pretendere che gli esorcismi siano stati eliminati dal nuovo rituale del Battesimo. L'errore è così manifesto, che il nuovo rituale del catecumenato ha istituito, prima degli esorcismi abituali detti "maggiori", esorcismi "minori", disposti per tutta l'estensione del catecumenato e sconosciuti in passato.

Gli esorcismi, dunque, restano. Oggi come ieri essi chiedono la vittoria su "Satana", "il diavolo", "il principe di questo mondo" e "il potere delle tenebre"; e i tre "scrutini" abituali, nei quali, come prima, gli esorcismi trovano posto, hanno lo stesso scopo negativo e positivo di prima:

"liberare dal peccato e dal diavolo" e nello stesso tempo "fortificare in Cristo". La celebrazione del Battesimo dei bambini conserva anche, checché se ne dica, un esorcismo"', ciò non significa che la Chiesa consideri questi bambini come altrettanti posseduti da Satana; ma essa crede che hanno bisogno anch'essi di tutti gli effetti della Redenzione di Cristo. Prima del Battesimo, infatti, ogni, uomo, bambino e adulto, porta il segno del peccato e dell'azione di Satana.

Quanto alla liturgia della Penitenza privata, essa parla oggi del diavolo meno di prima; ma le celebrazioni penitenziali comunitarie hanno restaurato un'antica orazione, che ricorda l'influenza di Satana sui peccatori"'. Nel rituale dei malati - come abbiamo già notato - la preghiera della raccomandazione dell'anima non sottolinea più la presenza inquietante di Satana; ma nel corso del rito dell'unzione il celebrante prega affinché l'infermo "sia liberato dal peccato e da ogni tentazione"`. L'olio santo è considerato come una "protezione" del corpo, dell'anima e dello spirito` e la orazione "Commendo te", senza menzionare l'inferno e il demonio, evoca tuttavia indirettamente la loro esistenza e la loro azione quando domanda a Cristo di salvare il morente e di metterlo nel numero delle "sue" pecore e dei "suoi" eletti: questo linguaggio vuole evidentemente evitare un trauma al malato e alla sua famiglia, ma non viene meno alla fede nel mistero del male.

IN BREVE

In breve, in ciò che concerne la demonologia, la posizione della Chiesa è chiara e ferma. È vero che nel corso dei secoli l'esistenza di Satana e dei demòni non è stata mai fatta oggetto di una affermazione esplicita del suo magistero. La ragione è che la questione non fu mai posta in questi termini: gli eretici e i fedeli, ugualmente fondandosi sulla Sacra Scrittura, erano d'accordo nel riconoscere la loro esistenza e i loro principali misfatti. Per questo, oggi, quando è messa in dubbio la realtà demoniaca, è necessario riferirsi - come abbiamo poco fa ricordato - alla fede costante e universale della Chiesa e alla sua fonte maggiore: l'insegnamento di Cristo. È nella dottrina del Vangelo, infatti, e nel cuore della fede vissuta che l'esistenza del mondo demoniaco si rivela come un dato dommatico. Il disagio contemporaneo che abbiamo denunziato al principio, non mette dunque in questione un elemento secondario del pensiero cristiano, ma ne va di mezzo la fede costante della Chiesa, il suo modo di concepire la redenzione e, al punto di partenza, la coscienza stessa di Gesù. Perciò, parlando recentemente di questa "terribile realtà, misteriosa e paurosa" del Male, Sua Santità Paolo VI poteva affermare con autorità: "Esce dal quadro dell'insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, con ogni creatura, origine da Dio, oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale o fantastica delle cause ignote dei nostri malanni"`. Né gli esegeti né i teologi dovrebbero trascurare questo avvertimento.

Ripetiamo perciò che, sottolineando ancora oggi l'esistenza della realtà demoniaca, la Chiesa non intende né riportarci indietro, alle speculazioni dualistiche e manichee d'altri tempi, né proporre un surrogato accettabile dalla ragione. Essa vuole soltanto restar fedele al Vangelo e alle sue esigenze. È chiaro che essa non ha mai permesso all'uomo di scaricarsi contro una tale scappatoia, quando si manifestava, dicendo con san Giovanni Crisostomo: "Non è il diavolo, ma l'incuria propria degli uomini, che causa tutte le loro cadute e tutti i malanni di cui essi si lamentano.

A questo titolo, l'insegnamento cristiano, con la sua vigorosa difesa della libertà e della grandezza dell'uomo e nel mettere in piena luce l'onnipotenza e la bontà del Creatore, non manifesta cedimenti. Esso ha condannato nel passato e condannerà sempre l'eccessiva faciloneria nell'addurre a pretesto una sollecitazione demoniaca; ha proscritto la superstizione come la magia; ha rifiutato ogni capitolazione dottrinale di fronte al fatalismo e ogni rinunzia alla libertà di fronte allo sforzo. Ancor più, quando si parla di un possibile intervento diabolico, la Chiesa fa sempre posto, come per il miracolo, alla esigenza critica. In tale materia essa esige riserva e prudenza. È facile infatti cader vittime dell'immaginazione, lasciarsi sviare da racconti inesatti, maldestramente trasmessi o abusivamente interpretati. In questi come in altri casi, è necessario esercitare il discernimento e lasciare spazio alla ricerca e ai suoi risultati.

Ciò nonostante, fedele all'esempio di Cristo, la Chiesa ritiene che l'ammonizione dell'apostolo san Pietro alla "sobrietà" e alla vigilanza sia sempre attuale". Nei nostri giorni, certo, conviene difendersi da una "ebbrezza" nuova. Ma il sapere e la potenza tecnica possono anche inebriare. L'uomo è fiero, oggi, delle sue scoperte, e spesso giustamente. Ma nel nostro caso è sicuro che le sue analisi abbiano chiarito tutti i fenomeni caratteristici e rivelatori della presenza del demonio? Non esiste su questo punto più nulla di problematico? L'analisi ermeneutica e lo studio dei Padri avrebbero appianato le insidie di tutti i testi? Nulla è meno sicuro. Certo, in altri tempi, ci fu qualche ingenuità nel temere di incontrare qualche demonio all'incrocio dei nostri pensieri. Ma non ce ne sarebbe altrettanta oggi nel postulare che i nostri metodi diranno presto l'ultima parola sulla profondità delle coscienze, dove interferiscono i rapporti misteriosi dell'anima e del corpo, del soprannaturale, del pretematurale e dell'umano, della ragione e della rivelazione? Perché queste questioni sono sempre state considerate ampie e complesse. Quanto ai nostri metodi odierni, essi, come quelli degli antichi, hanno limiti che non possono varcare. La modestia, che è anche una qualità dell'intelligenza, deve conservare i suoi diritti e mantenerci nella verità. Perché questa virtù - pur tenendo conto dell'avvenire - permette fin d'ora al cristiano di fare posto all'apporto della rivelazione, in breve: alla fede.

È alla fede, in realtà, che ci riconduce l'apostolo san Pietro quando ci invita a resistere al demonio "saldi nella fede". La fede ci insegna, infatti, che la realtà del Male "è un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore; e sa anche darci fiducia, facendoci sapere che la potena di Satana non può varcare le frontiere impostegli da Dio; ci assicura egualmente che, se il diavolo è in grado di tentare, non può strappare il nostro consenso. Soprattutto la fede apre il cuore alla preghiera, nella quale trova la sua vittoria e il suo coronamento, ottenendoci di trionfare sul male grazie alla potenza di Dio.

Resta per certo che la realtà demoniaca, attestata concretamente da quello che chiamiamo il mistero del Male, rimane ancora oggi un enigma che avvolge la vita cristiana. Noi non sappiamo molto meglio degli apostoli perché il Signore lo permette, né come lo fa servire ai suoi disegni, ma potrebbe accadere che, nella nostra civiltà invaghita di orizzontalismo secolare, le esplosioni inattese di questo mistero offrano un senso meno refrattario alla comprensione. Esse obbligano l'uomo a guardare più lontano, più in alto, al di là delle immediate evidenze; attraverso la minaccia e la prepotenza del male, che impediscono il nostro cammino, ci permettono di discernere l'esistenza di un al di là da decifrare, e di volgerci allora verso Cristo per ascoltare da lui la Buona Novella della salvezza offerta come grazia.